Il lavoro del futuro? Nasce da una tavola da surf e coinvolge un’intera comunità
#SIOS19
Prenota il tuo biglietto

Ultimo aggiornamento il 17 aprile 2019 alle 14:41

Il lavoro del futuro? Nasce da una tavola da surf e coinvolge un’intera comunità

Ishita è una campionessa indiana di surf. E ha fatto amare l’oceano a migliaia di indiani. Dando loro nuova speranza. La sua storia e 5 lezioni sul lavoro del futuro

Il futuro del lavoro oggi è incarnato da una ragazza indiana startupper per passione, unica surfista professionista e prima donna a praticare lo sport in India. Si tratta di Ishita Malaviya e oggi sta facendo ripensare il modo di fare impresa di un’intera comunità. Partendo dalle passioni che fanno battere il cuore. E tra queste l’amore per l’oceano. Nel 2007 è salita su una rudimentale tavola da surf comprata per poche decine di dollari e nessuno l’ha più fermata. Pochi giorni fa Ishita è stata inserita da Forbes nella classifica dei talenti più influenti dell’Asia “30 under 30”. Ma per capire la portata rivoluzionaria di questa giovane donna indiana occorre fotografare un’intera area geografica. Siamo a Kodi Bengree, piccolo paesino dell’India meridionale. Qui fino a poco tempo fa neppure i pescatori sapevano nuotare. E l’oceano era disegnato dai giovani studenti come un mostro portatore di morte.

Tutto è cambiato con Ishita. Oggi il suo club vede coinvolti decine di ragazzi e abbraccia più discipline sportive. Partendo dall’amata tavola da surf. «L’oceano prima era temuto e sfruttato solo come fonte di guadagno. Io ho avuto sin dall’inizio l’ambizione di farlo percepire come un luogo di passione. E anche uno spazio di lavoro», ha dichiarato Ishita, intervistata pochi giorni fa persino da Vice America.

Questa campionessa è riuscita a portare anche una cultura di sicurezza nel mare. Perché vivere l’oceano significa conoscerlo e affrontarlo col cuore, ma anche con la testa. E poi è stata in grado di creare una cultura ambientalista nel villaggio, attraverso la pulizia della spiaggia e il riciclo della temuta plastica. È riuscita persino a mettere in salvo la scuola locale, che stava chiudendo per mancanza di iscrizioni. «La cosa più bella del surf è che porta uguaglianza. Siamo tutti uguali di fronte all’oceano», ha affermato questa campionessa, nello sport e nella vita.

Ishita come metafora del lavoro che cambia. Un lavoro che parte dalle passioni. Che genera impatto sulla comunità. Che educa le nuove generazioni. Che redistribuisce ricchezza. E che lo fa partendo dal rispetto dell’ambiente. Anche questo è lo smart working, concetto che oggi declina il cosiddetto “lavoro agile”, quindi il telelavoro. Ma che in questo canale su StartupItalia proveremo a ripensarlo con un’idea allargata di lavoro. Perché oggi cambiano le professioni, le filiere, le competenze, gli spazi e i luoghi di lavoro. Col digitale che accelera trasformazioni, ma che è solo una componente del cambiamento. In fondo ce lo racconta Ishita: il lavoro si crea con la comunità. E col coraggio di mettersi in  gioco. Per davvero.

D’altronde viviamo anni liquidi che macinano intuizioni geniali, integrandole con le nuove tecnologie. Anni segnati dalla Data Economy, come ha riportato l’Economist in copertina lo scorso anno, argomentando come il vero petrolio dei nostri giorni sia rappresentato dai dati e soprattutto dal loro possesso. E se il Guardian nel corto “The Last Job” ha descritto l’ultima lavoratrice sulla terra in un mondo dominato dai robot, c’è anche chi profetizza scenari meno apocalittici, pur sempre nel segno della trasformazione: per il report Tomorrow Jobs il 65% degli studenti di oggi farà un domani lavori che ancora non esistono, accelerati di tecnologie 3D, visori immersivi, strumentazioni legate all’industria 4.0, piattaforme in crowd, big data, oggetti connessi e molto altro ancora. Ecco allora che si delineano 5 scenari del lavoro del futuro, 5 trend che già dominano la scena.

 

Lezione 1: le competenze ibride sono la chiave per competere

Vi ricordate la regole delle diecimila ore? In un saggio che fece il giro del mondo nel lontano ‘93 lo psicologo americano Anders Ericsson, docente dell’università del Colorado, quantificò la formazione necessaria per primeggiare: diecimila ore il tempo stimato, ovvero circa 3 anni e mezzo di lavoro intenso e quotidiano, calcolando 8 ore al giorno. Ericsson analizzò un gruppo di giovani violinisti, ma dalla musica all’impresa il passo è breve.  Ma su quale formazione, su quali competenze puntare? Oggi i migliori team sono quelli trasversali. Perché lo scambio di competenze è la leva per differenziarsi. Ricordo ancora ciò che mi ha raccontato Gianmario Verona, Rettore dell’Università Bocconi, intervistato sempre per StartupItalia qualche mese fa: «Da noi coding obbligatorio e filosofia. Oggi occorre avere in azienda data scientist, ma anche chi  interpreta la complessità con una visione più allargata».

 

Lezione 2: Le tecnologie fanno la differenza, anche legandosi alla tradizione 

La prova ce l’abbiamo da un forno di un paese emiliano e da due generazioni che decidono di fare business insieme nel segno della tradizione. Siamo a Bibbiano, diecimila anime nelle prime colline reggiane e culla del parmigiano. La ricetta di questo business – approdata persino a New York, riscuotendo successo tra i palati più sopraffini – è composta dall’elemento cardine della terra emiliana, il parmigiano reggiano stagionato a ventiquattro mesi, assemblato con olio di oliva e farina del territorio. «Questi tre semplici ingredienti sono il composto delle nostre sfoglie chiamate Parmonie: gli elementi vengono amalgamati e cotti in forno, senza conservanti o lattosio e con proprietà nutritive importanti. Così il parmigiano acquista una chiave più delicata, simile ad una patatina», racconta Gabriele Menozzi, giovane emiliano laureato in marketing internazionale e co-fondatore di Parmonie.it.

L’attività è nata seguendo la ricetta pensata da Remo Bronzoni, sessantenne fornaio del paese. a chilometro zero, quella di Remo e Gabriele: lo stabilimento si trova nella loro Bibbiano, dà lavoro a otto persone in uno spazio di 1400 metri quadrati, producendo 500 chili al giorno per un mercato anche internazionale. «I macchinari sono stati fatti su misura da un ingegnere del paese», precisa Gabriele.

Che il segreto sia nelle mani – e più in generale nella tradizione artigianale italiana che affonda le radici in secoli di ricerche, sperimentazioni, analisi – lo ha messo nero su bianco qualche mese fa anche il Guardian: la testata anglosassone ha raccontato numeri e storie dell’artigianato italiano. E di come il made in Italy possa rappresentare una risposta efficace alla crisi del lavoro.

 

Lezione 3: I distretti sono diventati reticolari e le alleanze trasversali 

 

A San Floro, in provincia di Catanzaro, un ventottenne calabrese con in tasca una laurea in economia aziendale, ha impastato saperi e sapori del passato con le nuove tecnologie. E il suo appello alla riapertura dell’antico mulino in pietra che stava per chiudere per sempre è stato abbracciato da centinaia di sottoscrittori. Così nel gennaio di due anni fa il mulino ha ripreso a girare. «Un mulino con la ruota idraulica che azionerà le macine, proprio come cento anni fa. E avremo solo energia rinnovabile per far funzionare il tutto», ha scritto Stefano Caccavari sul sito Mulinum.it. Ora il grano diventa farina e la farina viene trasformata in prodotti da forno: pane, pizza, dolci. Tutto nel segno della biodiversità.

Un’intuizione geniale e la condivisione in rete: tutto è partito da un post su Facebook: salviamo l’ultimo mulino in Calabria, recitava il messaggio. Poi il passaparola, che ha permesso di raccogliere oltre mezzo milione di euro in novanta giorni da centinaia di persone. È nata così una delle più grandi startup agroalimentare partite col web.

Progetto incubato dalla rete e che fa rete sul territorio: la coltivazione di grani biologici vede impegnate ben venti aziende agricole che hanno dato vita alla più grande e specializzata filiera di grano antico Senatore Cappelli del sud-Italia.

 

Lezione 4: La forze è nella “coda lunga” di un prodotto, servizio, soluzione. E nella nicchia 

Occorre segmentare, verticalizzare, aggregare tribù e micro tribù. Melo ha raccontato il guru del marketing mondiale Seth Godin, che ho avuto occasione di intervistare per il Sole24Ore. Mala prova l’ho avuta dalla forza imprenditoriale di Giorgia Pontetti, contadina hi-tech e romana di nascita ma reatina d’adozione, ingegnere elettronico ed aerospaziale. In provincia di Rieti ha deciso di mettere in piedi l’azienda agricola con annesso agriturismo Ferrari Farm: oggi produce e vende online prodotti agricoli biologici genuini, ottenuti grazie a tre serre ad alta tecnologia per coltivazioni idroponiche tutte computerizzate. Sono serre uniche nel loro genere, sigillate rispetto all’ambiente esterno e quindi permettono di coltivare ovunque. «Sono più pulite di una sala operatoria, completamente computerizzate e autonome», precisa Giorgia. Siamo a Colle Cerqueto, tredici ettari tutti biologici. Oggi Giorgia si dedica alla coltivazione di un pomodoro intelligente, perché connesso nella serra in un microclima ideale. Nasce così il pomodoro senza nichel. «Ci rivolgiamo ad una nicchia di mercato del 20% di persone intolleranti al nichel. Vendiamo in Italia, in Inghilterra e in Germania».

 

Lezione 5: Vince chi si allea 

Nuove filiere crescono. Ma bisogna sapersi alleare e fare sistema. Così ha fatto quel genio di Mikaela Bandini, 47enne nata a Capetown, due figli e diventata nel tempo materana di adozione. A Matera ha messo in piedi un locale unico. Lo spazio di ritrovo si chiama Area 8 ed è all’imbocco dei sassi, nel cuore storico della città. Lo staff è composto da una decina di persone. E si organizza di tutto: da aperitivi a cene di matrimonio per americani e inglesi. E oggi a fine serata per i clienti consegna un biscotto della fortuna specialissimo. Si chiama “Bisc-Otto” ed è curvato a mano e colato col cioccolato da uno storico pasticcere di Bernalda, dodicimila anime nella provincia di Matera. Ogni biscotto contiene un messaggio speciale. Speciale come l’intuizione di fare alleanze che fanno la differenza. Ne vedremo e leggeremo delle belle.

Rimani sempre aggiornato sui
temi di StartupItalia!
iscriviti alla newsletter