Tutti i lavori e i servizi messi in crisi dallo smart working - Smart Working
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Ultimo aggiornamento il 1 settembre 2020 alle 10:36

Tutti i lavori e i servizi messi in crisi dallo smart working

Circa 4 milioni di italiani quest'autunno resteranno a casa e non varcheranno le soglie dell'ufficio. Danni incalcolabili per tutto l'indotto dei pendolari

Si fa presto a caldeggiare la pratica dello smart working. Prima bisognerebbe infatti ripensare l’intero sistema economico urbano. Oggi le nostre città sono state adattate ad accogliere i lavoratori pendolari che si spostano verso il centro durante il giorno e poi tornano a casa, solitamente in periferia o nelle cittadine vicine, la sera. Attorno a questo quotidiano via vai di impiegati si è creato un indotto non indifferente, che ora rischia di entrare in crisi dato che questo settembre le grandi città del Paese non sono tornate a riempirsi e non torneranno a farlo finché lo smart working continuerà a essere raccomandato, ovvero fino a quando perdurerà la crisi sanitaria del Coronavirus.

L’indotto messo in crisi dallo smart working

I più sofferenti sono senza dubbio i mezzi pubblici. Potrà sembrare un argomento di scarso interesse, ma sono in mano pubblica, rispondono a seconda dei casi al Comune (tpl) o alla Regione (treni regionali) e se finiscono in rosso (quando già non lo sono), occorre aumentare le tasse o il prezzo del biglietto per tappare le falle.

Messi a dura prova dalle nuove regole anti Covid-19 che ne limitano fortemente la capienza, divenuti spauracchio per la maggior parte degli utenti che li vedono come luoghi in cui è assai alto il rischio di contagio e con le gomme a terra dai mesi di lock down in cui non hanno incassato un euro ma hanno dovuto continuare a garantire il servizio, i mezzi pubblici ora dovranno vedersela con un crollo verticale degli abbonamenti proprio per via del perdurare dello smart working.

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Un altro settore particolarmente colpito sarà quello della ristorazione: bar, ristoranti, pub e persino supermercati. Fate mente locale alla vostra giornata tipo in ufficio: iniziava con un caffè con i colleghi al bar all’angolo, proseguiva con un caffè di metà mattina, quindi pranzo alla mensa aziendale, in un ristorante se si incontrava un cliente o alla tavola calda più vicina. Oppure si correva al supermercato per recuperare qualcosa da scaldare. E la giornata terminava con l’aperitivo di rito.

Ristoranti, bar e pub sono tutte attività che hanno dovuto sostenere spese per l’adeguamento alle nuove regole anti Covid-19 e, molto spesso, continuare a stipendiare i dipendenti durante la chiusura in attesa dell’arrivo della cassa integrazione. Non è certo un caso che i rappresentanti del settore stiano chiedendo da mesi un allentamento dello smart working per consentire la ripresa anche agli esercizi della ristorazione, ancora in seria difficoltà. Secondo l’ultima indagine di Fipe-Confcommercio, la Federazione Italiana Pubblici Esercizi, il calo medio del fatturato è passato dal 50,3% del primo mese dall’apertura post lock-down al 41,1% del secondo: pur essendo un segnale positivo non è sufficiente a sostenere le imprese. “Nonostante siano soddisfatti di aver potuto riaprire, gli imprenditori vedono chiaramente la difficoltà di tornare ai ritmi pre Covid in tempi rapidi, le motivazioni sono molteplici ma prima far tutte è la carenza di turisti. La domanda – dicono da Fipe – da porsi a questo punto è: quanto può resistere una azienda che fattura il 41% in meno?”

Negozi in crisi, tagli dolorosi al personale

Non è dunque un caso se nel mese di agosto si sia registrata una caduta libera del numero di occupati rispetto a un anno fa (e questo nonostante sia ancora in vigore il divieto dei licenziamenti, quindi si tratta solo di contratti in scadenza non riconfermati). Le perdite maggiori si sono registrate proprio nei ristoranti e nei bar, con un calo, rispettivamente, di 124.419 e 62.454 posti di lavoro. I numeri complessivi sugli occupati del mese di agosto parlano di 303.529 posti di lavoro in meno rispetto al 2019. A fotografare la situazione è il Centro Studi di Fipe-Confcommercio.

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“Le perdite maggiori in termini di volumi si registrano per ristoranti e bar con rispettivamente 124.419 e 62.454 posti di lavoro in meno. Numeri impietosi anche per gli stabilimenti balneari e le aziende che si occupano di fornitura di pasti preparati con 13.425 e 52.251 occupati in meno. Tra i settori più colpiti certamente quello delle discoteche e dei locali da ballo che, proprio negli ultimi giorni, hanno subito una nuova chiusura forzata. Stesse difficoltà per le aziende del catering e banqueting che, anche se non costrette a chiudere, risentono della pressoché totale assenza di eventi e congressi. Per loro gli occupati in meno sono 46.828”.

Continuando la giornata tipo pre crisi del “lavoratore urbano”, molti impiegati andavano spesso al tabaccaio ad acquistare le sigarette o marche da bollo e non erano pochi gli abbonati a una palestra scelta appositamente per via della sua vicinanza strategica con l’ufficio: tutte attività che ora dovranno fare a meno di quel tipo di clientela.

Gravi danni anche per il mercato immobiliare: comprare casa in centro non è più importante come un tempo, anche perché i mezzi pubblici vengono evitati e muoversi per le strade della città con la propria auto rischia di essere deleterio. Se da un lato il calo della domanda potrebbe consentire di calmierare i prezzi folli delle case delle grandi città (Milano, Bologna, Roma…), dall’altro rischia di mandare gambe all’aria chi affitta locali a uso ufficio e chi gestisce coworking. Di conseguenza, non stanno passando un periodo facile nemmeno le imprese di pulizia: molte hanno già visto stracciati un buon numero di contratti, dato che gli uffici restano vuoti.

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